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Dicattica in Carcere

Lo studio come strumento di libertà

di Marina Formica

Nell’Anno Accademico 2006-2007, l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” avviò, in via sperimentale, l’iniziativa “Teledidattica-Università in Carcere”, avvalendosi della collaborazione del Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Lazio e della Casa Circondariale di Rebibbia-Nuovo Complesso.

Da allora, sia pur tra innumerevoli difficoltà finanziarie, il progetto non solo ha continuato a vivere, ma ha preso gradualmente corpo grazie al coinvolgimento sempre più partecipato di numerosi docenti e l’impegno costante di altrettanti numerosi detenuti. Nell’anno 2014 vi sono stati quattro laureati, altri quattro il 22 ottobre 2016; a oggi abbiamo una trentina di iscritti a Rebibbia e tre laureandi che, pur trasferiti in altri Istituti, hanno ottenuto la possibilità di laurearsi: un riconoscimento significativo del percorso di studio e trasformazione umana svolto, trattandosi di detenuti di Alta Sicurezza a cui erano stati sempre negati i permessi di uscita. Parte nel 2017 una analoga esperienza anche nella CC di Frosinone e, soprattutto, è stato avviato in via sperimentale, in entrambe le sedi, Frosinone e Rebibbia, il Corso di Laurea in Scienze Motorie, sotto la direzione del prof. Sergio Bernardini. Il corso di laurea, il primo su scala nazionale, fortemente voluto dal Rettore, dai docenti del progetto, dalla direzione di Rebibbia e di Frosinone, inizia a marzo la sua programmazione, con a giugno luglio i primi esami per una decina di studenti detenuti.

È dunque giunto il momento di effettuare un primo bilancio dell’esperienza maturata, riprendendone le ragioni originarie.

L’iniziativa partì dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo “Tor Vergata”, con l’intento di promuovere, di sostenere e di agevolare la formazione universitaria dei detenuti reclusi presso la Casa Circondariale di Rebibbia n.c., in vista di un loro reinserimento sociale e in un’ottica di piena equiparazione ad ogni altro soggetto di diritto.

I proponenti partivano infatti dalla ferma convinzione del valore individuale e sociale della conoscenza, non solo quale fattore di migliore opportunità lavorativa ma anche e soprattutto quale elemento di sviluppo e promozione umana, coscienza critica e autocritica senza il quale ogni atto è destinato a restare privo di senso e di significato.

Proprio sulla base di alcuni enunciati fondamentali e di certo provocatori (“Lo studio come strumento di libertà”, “Il tempo della reclusione come risorsa da impiegare al meglio”) si svolsero i primi colloqui di orientamento tra i detenuti comuni e i detenuti soggetti a regime di sorveglianza speciale.

Superate le perplessità iniziali, esaurita la fase dei dubbi e dei chiarimenti, ottenuta esonero totale dal pagamento delle tasse e dei contributi universitari previsti dalla normativa vigente da parte del Rettore e della possibilità di spazi adibiti esclusivamente allo studio da parte del Direttore della Casa Circondariale, fu avviato il progetto che prevedeva – caso unico nel pur variegato panorama delle esperienze esistenti sul territorio nazionale – l’erogazione di lezioni universitarie in modalità e-learning, attraverso l’utilizzo di una rete “dedicata” la struttura di Rebibbia e le Facoltà di Lettere e Filosofia, Economia e Giurisprudenza e la presenza di un tutor che facesse da trait d’union tra i docenti di queste realtà e i detenuti.

Ciò ha permesso di superare gli ostacoli strutturali connessi con i vincoli della condizione detentiva, favorendo il processo di crescita culturale degli studenti/detenuti, sia da un punto di vista didattico sia psicologico e motivazionale. Alcuni di questi nostri studenti hanno così commentato il progetto in itinere:

La condizione stessa della nostra detenzione è cambiata radicalmente, gli argomenti di conversazione sono cambiati, gli approfondimenti relativi alle materie da noi affrontate hanno permesso un allargamento degli spazi intellettuali che precedentemente rientravano nell'alveo della quotidianità.

L’ampiezza e la qualità dei risultati ottenuti ci inducono a continuare con impegno sulla via intrapresa, pur nella consapevolezza che si possa e si debba fare ancora molto. In particolare, intendiamo estendere il progetto ad altri istituti di detenzione (a iniziare da quelli femminili, per procedere poi verso le altre realtà circondariali della Regione oltre Frosinone); vorremmo poi coinvolgere il personale di sorveglianza degli stessi, implementando altresì – secondo quanto auspicato dal Rettore nell’incontro del 13 febbraio 2016 su Cultura in carcere, promosso dagli studenti detenuti con i docenti dell’Ateneo – l’offerta di nuovi Corsi di Laurea, come, appunto, quello di Scienze Motorie.

A fronte di chi sostiene che con la cultura non si mangia, noi crediamo, e fermamente, nel contrario. Le testimonianze degli stessi detenuti ci incitano a continuare nelle nostre attività e ci piace concludere proprio con le parole di uni di questi Juan Bonetti:

«Anche se la cultura rappresenta la strada più sicura verso il traguardo del cambiamento, la stessa da sola non basta perché l’individuo ha bisogno di essere accompagnato quando crede di essere solo, di essere aiutato quando sente di non farcela, di una guida quando pensa di essersi smarrito, ha bisogno di persone qualificate con cui instaurare rapporti umani qualitativi e non quantitativi, l’individuo ha bisogno di modelli concreti tanto quanto di concetti astratti. La trasformazione di un essere umano sarebbe impossibile se non vi fossero operatori culturali pedagoghi in grado di seguire il compimento del difficile e complesso processo chiamato antropopoiesi. Solo se così concepita la cultura trasformerà concretamente il carcere in una officina di riparazione dell’individuo».